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22-06-2017

ALLA SCOPERTA DI TINDARI

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IL SANTUARIO

 

 

 

Fare un salto in Sicilia alla scoperta di Tindari, splendida cittadina nel golfo di Patti, in provincia di Messina, significa restare affascinati da un tratto di costa in cui arte e cultura si mescolano magicamente a miti e leggende. Fondata nel 396 a. c. da Dioniso I, tiranno di Siracusa, come colonia della Magna Grecia, al fine di fronteggiare gli attacchi dei Cartaginesi, è nominata Tyndaris in onore del Re di Sparta, Tindaro. Sotto la dominazione romana l’antica Tyndaris diviene un’importante base navale; in seguito sul suo territorio si avvicendano prima i Bizantini e poi gli Arabi che la distruggono nell’836.

La colonizzazione romana ha lasciato meravigliose testimonianze architettoniche che oggi si concentrano nel cuore dell’area archeologica. Sono visibili il Teatro, la Basilica, le Terme, le abitazioni e le case patrizie con i mosaici colorati ancora ben conservati. In corrispondenza dell’antica acropoli, sul versante orientale del promontorio a strapiombo sul mare, si erge il Santuario della Madonna bruna, la principale attrazione turistica del luogo; al suo interno è custodita una statua di legno di cedro del Libano raffigurante la Vergine bizantina con Bambino. L’origine della devozione a questa Madonna risale probabilmente al periodo dell’iconoclastia, movimento religioso sorto durante l’impero bizantino, che proibiva il culto delle icone. Secondo la leggenda la statua della Vergine, ben nascosta nella stiva di una nave proveniente dall’Oriente per sottrarla alle persecuzioni iconoclaste, è abbandonata qui nei pressi della baia di Tindari, l’odierna Marinello, durante una tempesta notturna. All’alba del giorno dopo i marinai sono ansiosi di ripartire, ma la nave sembra essersi incagliata in quel tratto di mare e non si sposta di un millimetro. Solamente allorchè la statuetta è sbarcata sulla spiaggia si può riprendere il largo...

 

 

Appena fuori dal Santuario, dalla terrazza a picco sul promontorio, una vista mozzafiato vi colpirà non appena scorgerete i laghetti di Marinello, due piccoli specchi di acqua creati dal mare insinuatosi nella baia sabbiosa, oggi Riserva naturalistica per la presenza di un particolare ambiente salmastro di tipo lacustre. Anche la creazione di questi laghetti si lega all’adorazione della Vergine nera e alla leggenda di una bambina caduta dalle braccia della madre miscredente. Difatti la donna, venuta ad adorare la Vergine, resta delusa alla vista del suo colorito scuro. “Sono venuta da lontano per vedere una più brutta di me!”, esclama. Ma la sua bimba precipita dall’alto del monte e, solo grazie all’intervento della Madonna e all’ improvviso ritrarsi delle acque fino a formare una culla soffice di sabbia, riesce a salvarsi dal mare tempestoso. A testimonianza del miracolo avvenuto, la spiaggia di Tindari si presenta oggi a foggia di donna con le braccia della Vergine che accolgono la bimba precipitata. La celebrazione annuale in onore della Madonna nera culmina nella processione del 7 settembre, durante la quale numerosi pellegrini gremiscono Tindari per partecipare ai solenni festeggiamenti. Oltre ad essere terra di religione e di leggende, Tindari è terra di letteratura: qui hanno tratto ispirazione per le loro opere sia il poeta Salvatore Quasimodo sia lo scrittore Andrea Camilleri. Tindari offre anche interessanti itinerari enogastronomici alla scoperta del cosiddetto Percorso Mamertino. Infatti, qui si produce il Mamertino DOC, vino vetusto e celebre, citato nel “De Bello Gallico”di Giulio Cesare, il quale brindò con un calice di Mamertino rosso al suo terzo consolato. Questo pregevole vino rosso, definito “il vino dei guerrieri” per i suoi profumi caldi e generosi, è ottenuto da uve di Nero d’Avola e di Nocera; il Mamertino bianco, invece, trae origine dai vitigni Grillo e Ansonica. Lo stesso poeta Marziale, riferendosi al Mamertino, scriveva: ”… date al Mamertino il nome che volete, magari quello dei vini più celebri

 

RESTI ARCHEOLOGICI

 

 

I resti della città antica si trovano nella zona archeologica, in discreto stato di conservazione, per lo scarso interesse di un reimpiego dei blocchi di pietra arenaria di cui erano costituiti.

I primi scavi si datano al 1838-1839 e furono ripresi tra il 1960 e il 1964 dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa e ancora nel 19931996 e 1998 dalla Soprintendenza di Messina, sezione dei beni archeologici. Sono stati rinvenuti mosaicisculture e ceramiche, conservati in parte presso il museo locale e in parte presso il Museo archeologico regionale di Palermo.

L'impianto urbanistico, risalente probabilmente all'epoca della fondazione della città, presentava un tracciato regolare a scacchiera. Si articolava su tre decumani, strade principali (larghezza di 8 m), correvano in direzione sud-est - nord-ovest, ciascuno ad una quota diversa, e si incrociavano ad angolo retto e a distanze regolari con i cardini, strade secondarie e in pendenza (larghezza 3 m). Sotto i cardini correva il sistema fognario della città, a cui si raccordavano le canalizzazioni provenienti dalle singole abitazioni. Gli isolati delimitati dalle vie avevano un'ampiezza di circa 30 m e una lunghezza di 77 o 78 m.

Uno dei decumani rinvenuti nello scavo, quello superiore doveva essere la strada principale della città: costeggia ad una estremità il teatro, situato più a monte e scavato nelle pendici dell'altura, e all'altra estremità sfocia nell'agorà, oltre la quale, nella zona più elevata, occupata oggi dal Santuario della Madonna Nera, doveva trovarsi l'acropoli.

TEATRO GRECO

 

 

Il teatro venne costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. e in seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e l'adattamento a sede per i giochi dell'Anfiteatro.

Rimasto a lungo in abbandono e conosciuto solo per le illustrazioni del XIX secolo era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e un'arcata, restaurata nel 1939. L'orchestra venne trasformata in un'arena, circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini inferiori.

Dal 1956 vi ha sede un festival artistico che annovera tra le manifestazioni danzamusica, e ovviamente teatro.

 

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